Credo di averne incontrati almeno un paio, di potenziali femminicidi.
Uomini che hanno infierito pesantemente sulle loro compagne: costole incrinate, lividi, forti strattonamenti, minacce, richieste assurde, umiliazioni, ricatti.
Ma che avrebbero potuto fare qualcosa di più.
Per prime sono arrivate le loro compagne con sintomi di ansia, di depressione, confuse, certe di avere qualcosa che non andasse, di valere poco, di non essere capaci.
Erano donne intelligenti, di buon livello sociale, donne che avevano in qualche modo già capito che il problema non era medico, psichiatrico (almeno per loro) e che era necessario fare qualcosa. E questo “qualcosa” avrebbe sicuramente riguardato anche loro.
Quello che ogni volta mi turba è che gli episodi di violenza che raccontano queste donne durano da molto tempo. Non mi è mai capitato che una di loro abbia cercato aiuto dopo il primo schiaffo.
Ce ne vogliono molti prima di pensare di poter fare qualcosa.
La storia di Maria è la stessa di tante altre donne
Una delle ultime donne che mi ha parlato di violenza ripetuta (e non avrei mai potuto immaginare quanto “ripetuta”) è una donna rumena con una storia tremenda.
Questa donna che chiamo Maria, da piccolissima e dopo la morte improvvisa del padre, venne lasciata alla nonna materna. Le venne detto che sua madre “pensava solo ai fatti suoi”, e non era in grado di prendersi cura dei figli.
Maria fu violentata ad 11 anni, da un amico di una sua conoscente che si era proposto di riportarla a casa. Andò da sola in commissariato a denunciare il fatto.
A 13 anni si innamorò di un ragazzo di 20, fuggì con lui e restò incinta subito. La nonna li riprese entrambi a casa e si occupò anche dei tre figli che arrivarono presto (1 all’anno).
Lei racconta che il marito ubriaco la picchiava tutte le notti, perché non era giunta vergine al matrimonio, perché lei non era bella e non era come le altre donne del paese. Lei era terrorizzata dalle sue botte e dalle sigarette spente sulle sue mani, ma pensava che così andasse il mondo e che in fondo lei era una povera donna incapace…
L’unico modo per difendersi era quello di svegliare il secondo dei tre figli che era l’unico a non avere mai ricevuto botte e che riusciva a non fagli picchiare la madre…

Dopo la morte violenta di quest’uomo, Maria arriva in Italia con i tre figli e incontra Mario, rumeno anch’esso, che nel giro di un paio di mesi inizia a picchiarla. “Mi gonfiava la faccia. Andavo spesso al pronto soccorso, ormai mi conoscevano. Gli ho fatto fare un anno e mezzo di galera, ma appena uscito l’ho ripreso in casa e lui ha ricominciato a bere e a picchiarmi. Finalmente sono riuscita a lasciarlo. Ma oggi passo le giornate a pensarlo e vorrei che tornasse da me”.
Maria è fredda quando racconta. Ho la sensazione quasi che la normalità alla quale io faccio riferimento sia un’invenzione. Mi chiedo cosa le abbia consentito di restare in questa dimensione di violenza così a lungo.
Qualcosa posso intuirla. Quella bambina di 13 anni, come molte di quelle che subiscono abusi, ha pensato di avere qualche responsabilità in quello che le era successo, è la regola in molti di questi casi. Poi l’ignoranza e come dice lei “il comunismo” che per un verso perseguitava i reati sessuali, per l’altro non riusciva ad incidere sui comportamenti maschilisti della società.
Poi anche l’assenza di affetti, l’abbandono materno, il degrado.
Cos’hanno in comune Maria e le altre donne?
Ma cosa hanno a che fare le donne che sono entrate nel mio studio, vestite di tutto punto e con un libro universitario (una è una studentessa di giurisprudenza, l’altra era laureata in giurisprudenza, solo la terza era una contabile) con Maria, che nasce nella campagna Moldava?
E cosa hanno a che fare i loro partner con Mario?
Si può veramente solo parlare di violenza sulle donne come di un atteggiamento culturale di chi considera la moglie, l’amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari? Si può affermare con certezza che la violenza cieca scatta quando questa proprietà viene negata, quando un altro maschio si avvicina a questo oggetto posseduto e ritenuto proprio?
Io non ho visto questo né nei racconti delle donne vittime di violenza, né tantomeno tra i partner violenti che hanno parlato con me. Direte: ma non le hanno uccise, quindi non stai parlando di coloro che realmente uccidono. Io credo che questi uomini non abbiano ammazzato le loro partner solo perché loro hanno fatto qualcosa, che non è solo la denuncia o l’allontanamento.
Chi sono, quindi, questi uomini?
Ritorno sui partner.
Hanno accettato di venire con le loro compagne da me, più per sfida che per consapevolezza.
Più per venire a testimoniare davanti a me della infinita sfilza di comportamenti idioti ed insulsi delle loro partner.
Non parlavano mai della loro violenza, anzi di solito era minimizzata. Rimossa.
Spesso accusavano le loro partner di esagerare, di scambiare il fatto che parlando gli fosse scappata un po’ di saliva con uno sputo sulla faccia. Ovvio poi che avessero dei lividi, era stata colpa loro se si erano allontanate cosi di fretta ed erano cadute.
Questi uomini non hanno mai negato la conflittualità con la compagna, ma tendevano a far vedere a me che i comportamenti delle loro compagne erano veramente assurdi.
Uno di loro voleva dimostrarmi che lei era provocatrice ed insopportabile quando non finiva tutta la bottiglia dell’acqua minerale e ne lasciava un fondo: “è una sprecona! Viziata e non rispettosa del mio denaro. Ovvio che mi fa innervosire. Questo per me è un principio FONDAMENTALE. E lei non lo vuole capire”.
Un altro ridicolizzava la sua compagna perché gli comprava sempre maglioni che a lui non piacevano. “Ha un gusto veramente orribile, ma è possibile che non abbia proprio imparato nulla? Sono costretto a buttarli o a regalarli. Pensi dottoressa: una volta si è perfino sbagliata e mi ha comprato un paio di scarpe di un numero più grande del mio!”.
Un altro era orgoglioso del fatto che da quando si erano messi insieme, finalmente lei si vestiva in modo decente, come una donna. Lei aveva dovuto buttare tutto il suo armadio e ricomprare vestiti costosi e scarpe di lusso.
Un altro elemento comune a questi uomini era la critica per le amicizie delle loro compagne. Mi raccontavano, ridicolizzandole, di tutte le amiche, sempre stupide, opportuniste. Su qualcuna si insinuava anche che avessero fatto delle avances a lui. Molte critiche venivano fatte sulle famiglie di origine di queste donne e sul tempo che queste volevano trascorrere in compagnia dei parenti.
Questi uomini erano convinti che le loro donne avessero un bisogno estremo di loro: “Non si orienta neanche con il navigatore, perde tempo a girare per la città a fare cose inutili che io impiego pochi minuti a fare.” E tutta una serie di altri commenti del genere mai riconosciuti come insulti o aggressivi, ma quasi ritenuti giusti e assolutamente appropriati.
Interessante era talvolta il comportamento intimo di questi uomini. Se pure con variazioni che andavano dal non essere interessati al piacere della compagna al richiedere complessi rituali (abiti, modalità), la costante era che l’intimità, la sessualità era un ambito privato e individuale, non c’era scambio ma piuttosto un prendere a senso unico.

Inserisco ora un ultimo dettaglio : da una ricerca pubblicata dal sito “Casa delle donne per non subire violenza” emerge che su 124 femminicidi (dato 2012), il 61% viene compiuto da partner con i quali la donna ha una relazione stabile e di questi il 75% hanno una relazione attiva (cioè il loro rapporto non è concluso).
Per una come me, abituata a vedere le cose in un’ottica sistemica, diventa d’obbligo pensare ai meccanismi di mantenimento agiti da parte delle donne. In altri termini, poiché come è dimostrato sia dalla letteratura giuridica, sia da quella psicologica, il femminicidio è l’ultimo atto di una rappresentazione lunga anni a sfondo violento, mi devo chiedere per quale ragione e a quale fine sia stata consentita questa escalation.
Premetto e sottolineo che la violenza agita da parte di questi uomini è patologica e pericolosa almeno quanto quella che mettono in atto i pedofili e chiunque abusi dei minori e che questi individui hanno in comune un pericoloso tratto di personalità: quello dell’egosintonia, cioè credere che i loro atti siano coerenti con la situazione e che non c’è nulla di anomalo in ciò che fanno.
Tuttavia ho necessità di evidenziare che non a tutte le donne può capitare di entrare in relazione e mantenere nel tempo una relazione con un uomo violento.
Donne che non valgono niente
Le donne che tollerano questi uomini sono proprio le “Donne che non valgono niente” come descrivo nel libro.
Sono donne educate sapientemente a restare in posizione di sottomissione in tutte le relazioni, non abituate a credere in sé stesse, discriminate all’interno della famiglia, spesso anche differenziate sia nel tipo di educazione, sia nella modalità di ricevere approvazione e affetto, dalla famiglia. Donne abituate a vivere con madri anaffettive, o a loro volta vittima di uomini autoritari. Donne cresciute in contesti familiari a scarso livello di empatia, talvolta anche con pregiudizi e senza competenze di insegnamento di autonomia e di dignità.
Donne che hanno imparato a trovare la loro identità nella forza e nella perentorietà delle richieste degli adulti che hanno stabilito “che loro sono i grandi e sanno e loro i piccoli – o femmine – e devono ubbidire”.
Donne alle quali non è stato insegnato a gestire il proprio desiderio, perché questo va rimosso in nome di svariati principi e che ben presto spiegano e razionalizzano l’esistenza di tali comportamenti di potere come l’esito del loro “non valer nulla”.
E con questa dote preziosa, se ne vanno per il mondo.
È quasi troppo semplice dedurre che quando incontreranno un uomo che esprimerà dubbi sul loro modo di essere, che le criticherà per ciò che sono, loro non avranno troppi strumenti per contraddirlo.
Ma soprattutto quando incontreranno un uomo che farà capire loro che lui, senza di lei, non esiste, saranno fortemente attratte da questa nuova opportunità di diventare indispensabili ed importanti per qualcuno.
Tutto questo non avviene ad un livello conscio, almeno non prima di un lavoro psicoterapeutico.
Ma manca ancora un elemento per capire quanto sia perverso questo gioco.
Anche il violento è un Uomo che non vale niente
Anzi meno di niente. È anche lui un uomo rifiutato, non amato, buttato a vivere senza certezze. Spesso sono uomini con madri poco assertive, incapaci di dare certezza della loro presenza e del loro amore, a volte iperesigenti, a volte distratte.
Madri che non hanno lasciato alcuna traccia di identità, madri che sono state inseguite dai figli che cercavano il loro amore. Madri che sono sfuggite in molti modi a questa richiesta di amore. Anche i padri hanno grandi responsabilità su questi femminicidi. Ogni tanto li abbiamo visti in tv, sembravano stupiti, buoni, molto buoni alcuni, altri hanno dichiarato la loro distanza da quel figlio.
Il femminicida o l’uomo violento è un uomo che rivive con la sua partner il rapporto di non amore nel quale è cresciuto. Quest’uomo ha bisogno della donna che non vive solo come la sua partner, ma come la madre che non ha saputo amarlo o non ha potuto. È un uomo che ha il terrore di perdere la donna che lo sta amando e che gli sta conferendo identità. Lui sa che senza di lei non è nulla. Quella donna diventa tutte le donne del mondo, deve prendersi cura di lui e lui deve accertarsi che lei lo faccia in continuazione.
Per questo stravolge la realtà: ogni azione che lei compie viene letta in funzione della possibilità che significhi abbandono. Se lei tarda di 10 minuti, lui diventa una furia perché significa che non lui è poi così importante ed è per questo che lei si permette di tardare. Ma non servono solo fatti oggettivi come un ritardo a farlo saltare su tutte le furie, basta il sospetto, l’idea ossessiva e compulsiva che una sua azione senza senso, come il buttar via bottiglie di acqua non completamente svuotate, abbia quel significato che lui teme e cioè che lei non lo tiene in considerazione e quindi potrebbe abbandonarlo da un momento all’altro.

Tutto ciò non viene riconosciuto a livello conscio, non tutti hanno la possibilità di una simile astrazione mentale, molti uomini vivono queste sensazioni come fatti, le donne non riconoscono subito la follia del loro comportamento. Molte di loro mi hanno detto: “All’inizio pensavo di essere sbagliata, ero abituata ad essere messa in crisi, mi avevano insegnato che il valore di ciò che facevo me lo dovevano dare gli altri. Quindi era probabile che lui mi stesse rimproverando per qualcosa che forse effettivamente facevo nel modo sbagliato.”
Una di loro ebbe un pugno in faccia perché il bancomat non le aveva dato i soldi e si era trattenuta la carta. Lui aveva detto che era la solita incompetente e che quell’errore, siccome aveva compromesso la sua domenica, le sarebbe costato caro. E le diede un pugno. L’indomani la collega di lavoro alla vista dei lividi e dopo il racconto commentò: “Forse non sei stata troppo attenta, sai a volte se sbagli un tasto l’operazione non riesce.” Mi raccontò che quella risposta della collega valse più di qualunque prova: lui forse era un po’ esagerato, ma lei veramente non sapeva fare un sacco di cose.
E la storia continua e si aggroviglia sempre di più. Lei cercando di sfuggire al controllo di un uomo che ha disperatamente bisogno di una conferma esistenziale, potenzia i comportamenti reattivi di lui che sempre più si convince che lei non lo ama e questo dolore lo porta ad impazzire e quando accade anche una piccola cosa lui diventa violento.
E se per caso lei riesce a liberarsi di lui, impazzisce per davvero.
L’uomo stalkera una donna e poi l’ammazza perché non può vivere senza di lei. La donna, la sua presenza, gli conferisce esistenza, identità. L’uomo senza “quella“ donna è niente. Quella donna è tutte le donne del mondo, è sua madre finalmente ammazzata perché non si prende cura di lui.
Io ho in attivo due casi risolti e uno che purtroppo è ancora in piedi. Una delle due coppie in terapia ha imparato cosa faceva scattare le violenze reciproche e ora tengono sotto controllo la parte più violenta, ma hanno abbandonato l’analisi.
Uno dei due uomini degli altri rapporti “felicemente” interrotti è ancora in terapia. E mi insegna molte cose. E ha capito, con fatica, con dolore, che sarebbe stato un potenziale femminicida.
Non è costante nella terapia, ma quando viene mi racconta subito di quelle situazioni che ha imparato a decodificare e controllare.
Anche se la sofferenza è ancora tanta. Le donne che continua ad incontrare non sono però abbastanza forti. Restano affascinate da quest’uomo che nella sua parte non emotiva è intelligente, colto, attraente. Da quello che mi racconta temo che neanche loro sono abbastanza consapevoli della propria insicurezza.
Non sanno che può ucciderle.
[1]
Questa è una delle principali ragioni per le quali è molto difficile che pedofili e abusatori chiedano aiuto in psicoterapia. E’ molto difficile, se non raro che questi individui pensino di fare qualcosa di male. Anzi, è proprio la possibilità di trovare una giustificazione al proprio comportamento che consente loro di continuare. Anche il violento è ego-sintonico, almeno fino a quando non lo si riesce a contattare in una relazione psicoterapeutica. In generale è più probabile riuscire a curare un violento di un abusatore, ma questa è una valutazione personale che andrebbe supportata da dati statistici.
Maura Vitale
Mi chiamo Maura Vitale e sono una Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale con un approccio legato al Problem Solving. Credo in una relazione terapeutica innovativa in cui poter sperimentare un nuovo modo di essere.